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I gelatieri della Val di Zoldo: l’articolo

settembre 9, 2018 - giornalismo
I gelatieri della Val di Zoldo: l’articolo

Il cinguettio degli uccellini trionfa su tutti gli altri suoni. Pochi rumori: in lontananza una motosega ronza, un bambino ride, il giravento cigola dolcemente.

Fornesighe, Forno di Zoldo, Dozza, Astragal. Se vi suonano sconosciuti è perché sono nomi di paesini custoditi nelle alpi dolomitiche, piccoli agglomerati di case in legno adagiati intorno al fiume Piave, lontani anni luce dalle turistiche piste da sci di Cortina D’Ampezzo o dalla esuberante Venezia, che da qui dista solo centocinquanta miglia.

Le valli situate tra i monti, Valle di Zoldo e di Cadore, hanno una storia a parte: misto di emigrazione, intraprendenza e buon gusto, sono la patria del dessert per eccellenza, il gelato. Non perché sia stato inventato qui, infatti sono stati gli arabi già migliaia di anni fa a inventarlo, ma da qui è partita la diffusione del prelibato dessert, diventato oggi popolare in tutto il mondo, proprio grazie all’emigrazione in massa.

Come sbocciano i fiori in primavera e cadono le foglie d’autunno, già nel medioevo, con l’arrivo del freddo, gli abitanti lasciavano le loro case alla comunità, i bambini ai nonni, partivano per le grandi città del nord, per fare l’unico lavoro che conoscevano: i venditori ambulanti.

Una professione collaudata, che si erano insegnati a vicenda, ed era diventata la principale fonte di sostentamento per tutta la comunità.

Al tempo vendevano castagne arrosto e pere cotte, in ogni città si organizzavano gruppi di dieci, venti, trenta persone dette “Compagnie degli Scotti”: uno faceva gli acquisti, uno teneva la contabilità, uno tagliava la frutta. Andavano a piedi o in bici, con la caratteristica trombetta, richiamavano i passanti e proponevano loro l’irresistibile spuntino caldo.

Fu durante una torrida estate, all’incirca nella seconda metà dell’ottocento, che esplose la novità, che cambiò la vita a tutti.

Non si sa chi fu il primo, ma qualcuno di davvero intraprendente propose ai passanti e turisti veneziani qualcosa di diverso dal solito: il gelato, già famoso a quell’epoca.

Naturalmente andò a ruba e lo sconvolgente successo, fece talmente tanto eco che la voce arrivò a tutti.

Come se fare il gelato fosse una specie di virus, che contagia un’intera popolazione, quella del gelatiere fu la nuova professione per tutti gli abitanti delle valli. Come avevano fatto per le pere cotte e le castagne arrosto, sapevano già riunirsi in gruppi, dividersi i compiti e auto-organizzarsi per andare a proporre il delizioso dolce ai turisti.

Si trasmettevano così le regole ed il piacere della gelateria che, poco per volta, andava sviluppandosi.

Ma c’è dell’altro: certi valori come il coraggio – necessario per avviare un’impresa- e la solidarietà, erano ingredienti che rendevano la comunità, un caso unico.

Gli zoldani e i cadorini si aiutavano e consigliavano su come comportarsi con i clienti e migliorare la ricetta. Per fortuna, il gelato si vendeva con facilità, perché la fama lo precedeva.

Già allora aveva una storia molto antica.

Lo “sherbet” -una bevanda fatta di ghiaccio e frutta mescolata insieme- era consumato già dall’antichità nel nord Africa. Nelle corti esistevano dei locali, chiamati “ghiacciaie” che conservavano il ghiaccio, per la preparazione della squisita bevanda.

Bisogna dire che fino agli inizi del novecento, chi volesse prepararlo, comprava a caro prezzo il ghiaccio, e ci metteva ore ed ore per creare la crema. Quindi, anticamente, era per pochi fortunati poterlo gustare d’estate.

Tra i primi cuochi che ne scrissero la ricetta, fu Bartolomeo Scappi. Nel 1570, dopo essere stato al servizio per cuochi e cardinali, scrisse una mastodontica opera con tutte le ricette preparate durante la sua carriera.

Al tempo fu il ricettario più completo mai scritto, ed includeva nelle pagine dedicate ai dolci, tra cui c’erano le Marasche al Gelo. Nella ricetta, le visciole, chiamate anche marasche, venivano cotte con lo zucchero e messe a gelare.

Ma chi fece fare davvero tanta strada al gelato, migliorandone la consistenza, e rendendolo più cremoso, fu un siciliano nel seicento, si chiamava Francesco Procopio dei Coltelli.

Una volta giunto a Parigi, aprì nel 1686 una caffetteria nel centro storico della città: Le Procope. Qui era riuscito ad ottenere la patente regia che gli permetteva di essere l’unico venditore di vari tipi di creme di frutta e all’anice. Ben presto aveva conquistato il palato di tantissimi personaggi del tempo tra cui: Voltaire, Dantone, Victor Hugo, La Fontaine e molti altri. Il caffè Procope è tutt’ora aperto ed è il caffè più antico di Parigi.

Fu certamente un’eccezione perché fino agli inizi del novecento i gelatieri per lo più partivano da queste montagne e vendevano per le strade come ambulanti.

Un aneddoto racconta che nella prima metà del novecento una legge ne proibì la circolazione. Si dice che gli ambulanti, il giorno dopo legarono con una catena il proprio carretto ad un palo e per un po’ lavorarono così. A poco a poco però si regolarizzarono e tanti nuovi locali furono inaugurati.

Fare il gelatiere significava comunque emigrare e ognuno aprì la gelateria dove preferiva, in Europa e nelle Americhe.

Fu così che la passione per il gelato si diffuse a macchia d’olio, coinvolgendo migliaia di persone, le quali d’estate partivano e d’inverno tornavano alle amate alpi.

Romano, è una di queste persone. Nato nel 1929 a Forno di Zoldo, ha dedicato tutta la sua vita alla gelateria e la sua famiglia è composta, per lo più, da gelatieri. Lo zio lavorava come ambulante a Trieste e la madre, quando era ancora ragazza, gestiva un proprio caffè sul lago di Como. Il lago era un luogo perfetto dove lavorare e tantissimi avevano avuto la stessa idea.

Una volta diventato adulto, era giunto il momento di scegliere se seguire le orme del padre muratore o della madre gelatiera. Era una decisione per nulla semplice, e Romano sprofondava nell’indecisione. Avrebbe potuto fare come il fratello che lavorava in una gelateria, senza esserne il padrone, ma l’idea non gli piaceva.

A fargli da bussola era stata una conversazione tra amici sentita al bar. Amici gelatieri certo, conterranei che s’incontravano in una pausa dopo la stagione estiva.

La vivace discussione riguardava i chili di gelato venduti. Alcuni parlavano dell’Italia, e altri confrontavano le vendite in Germania.

I suoi amici tedeschi dicevano che lì si vendevano, già nel secondo dopoguerra, centinaia di chili di gelato al giorno, e i numeri facevano capire meglio delle parole che il benessere si trovava da quelle parti, non sul lago di Como e nemmeno a Venezia.

Romano partiva subito per la Germania.

In pochi giorni trovava un lavoro da garzone in una gelateria di amici zoldani, i signori Remor e lì cominciava ad imparare il tedesco.

Era giunto l’autunno e, quando disse loro l’intenzione di restare, per cercare un luogo dove aprire la propria impresa, i signori Remoir reagirono offrendo tutto l’ appoggio. Gli misero in mano le chiavi dell’appartamento, per poter cercare più comodamente il locale adatto.

Dopo pochi giorni la ricerca era iniziata, aveva girato la Germania per lungo e per largo, per un mese intero, dormendo sui treni, fino a quando non lo aveva finalmente trovato.

L’avrebbe aperta ad Halle, in Westfalia a sessanta chilometri da Munster: era il 23 Febbraio del 1953, il giorno del suo compleanno.

La grande avventura era cominciata, e Romano apprendeva giorno per giorno l’arte della gelateria. Imparava a prendersi cura della sua clientela e a creare una miscela unica, che rendesse il suo prodotto eccezionale. I gelatieri in Germania erano un vero punto di riferimento, e fare una pausa da Romano significava molto: era il premio con cui festeggiare il primo giorno di scuola, ed un appuntamento con il buon umore.

Gli zoldani, come i cadorini, erano famosi per il senso di solidarietà con cui accoglievano gli emigrati italiani e offrivano loro un letto e un pasto caldo per la prima notte nel giorno del loro arrivo.

Ma fu con il riprendere dell’economia in Germania che l’arte gelatiera decollò del tutto.

Gelato era sinonimo di estate, vacanze e soprattutto Italia!

Fiore all’occhiello, l’arte gelatiera italiana ha alla base una ricetta semplice: frutta, latte e uova e poco altro. La meraviglia sta nella qualità, nella dose e nei tempi di preparazione.

Il gelato artigianale, inoltre, grazie alle milioni di persone impegnate a preparare a mano e venderlo ogni giorno appena fatto, riesce sempre a reinventarsi creando ogni volta nuovi sapori e gusti.

I gelatieri delle valli si sono trasmessi per secoli la ricetta segreta da padre in figlio, ed oggi riescono a creare dei veri capolavori. Inoltre, la scelta di mantenere sul piedistallo la freschezza e la genuinità del prodotto, ha fatto sì che riuscissero a tenere testa anche ai prodotti industriali.

L’unione fa proprio la forza: già nel 1969 Romano insieme ad un gruppo di amici fondava l’associazione Gelatieri Italiani in Germania, UNITEIS che conta oggi più di novecento associati.

Sono passati tanti anni, ogni estate trascorsa a preparare e vendere superbe delicatezze e ogni inverno il ritorno alla valle, per riposarsi e vivere tutta la meraviglia dell’inverno alpino.

Ad aprile, come sbocciano i fiori , la storia ricomincia ogni volta, coinvolgendo generazioni di maestri gelatieri, in una dolce miscela che ha per ingredienti l’intraprendenza, il coraggio ed la solidarietà, valori che sono il tesoro nascosto della Valle di Zoldo e di quella del Cadore.

©Riproduzione riservata

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